Settima Parte – Pensare al futuro

Riassunto episodi precedenti:

Jen: So che c’è una maratona di vecchi classici horror stasera in tv, ti va di restare?
Drue: Per me va bene.

Helen (mamma di Jen): Che intenzioni avete tu e Drue? (disse seria)
Jen: Mamma non preoccuparti per questo, Amy non risentirà della compagnia di Drue

Pacey: Josephine Potter, vuoi sposarmi? (disse con voce tremante)
Joey: Oh, mio, Dio. Pacey…? Si! (disse affascinata) Certo che lo voglio.

Venerdì 14 novembre 2008

New York.

Stava albeggiando. All’interno della casa di Pacey e Joey i raggi del sole cominciavano lentamente ad illuminare la stanza dove i due ragazzi avevano passato la notte. Joey fu la prima ad aprire gli occhi. Pacey si svegliò lentamente quando sentì le labbra di Joey sulle sue.


Pacey: Mmmm, buongiorno anche a te (farfugliò fra le labbra)
Joey: (si staccò) Ciao (rispose sorridendo sorniona mordendosi il labbro inferiore)

Si fissarono senza dire niente per un lungo momento, sorridendosi maliziosamente. Pacey spostò con la mano una ciocca di capelli dal viso di Joey, mano che lei afferrò portandosela alla bocca e baciandola delicatamente.

Pacey: Come stai?
Joey: Come su una nuvola.
Pacey: Aah vieni qui. (disse sporgendosi verso di lei per un altro bacio ancora più appassionato, ma all’improvviso Joey scoppiò a ridere) Che c’è?
Joey: niente, scusa. (cercando di farsela passare) E’ solo che ripenso a cosa dicevo di te 10 anni fa e adesso… guarda cosa stiamo facendo. Cosa stiamo per fare…
Pacey: Non sapevi quello che ti perdevi. (disse gongolando)
Joey: Odio ammetterlo, ma cavolo, quanto hai ragione. (lui ghignò)

Stavolta si sporse lei verso di lui e le diede un delicato bacio sulle labbra, poi fece per uscire dal letto.

Pacey: Hey! Che fai?
Joey: Devo farmi una doccia, è tardi e devo andare a lavorare. (disse frettolosamente, dirigendosi verso il bagno)
Pacey: Ma--

Pacey stava per controbattere, ma dimenticò improvvisamente quello che stava per dire, come paralizzato dalla bellezza della sua fidanzata.

Pacey: Wow. Stai ferma così. Non muoverti. (lei lo fissò per un momento, sicura, per u attimo, che lui avesse bisogno sul serio, ma invece non diceva niente, stava semplicemente lì a osservarla.)
Joey: Eh smettila! (tirandogli un cuscino) Crescerai mai, tu? (afferrò da terra la camicia di Pacey e la usò per coprirsi)
Pacey: No dai, seriamente, aspetta un attimo, torna qui. Oggi non devi andare a lavorare.
Joey: Ah no? (disse ridendo) E chi lo dice?
Pacey: Jo!! Io. (disse sorridendo) Vieni qui forza, non fare storie (stavolta la raggiunse e riuscì ad afferrarla per il braccio, trascinarla di nuovo sul letto, lei glielo lasciò fare) Domani è sabato, fai ponte.

[Lei soffocò una risata, che razza di scusa.]

Joey: E va bene. (lo soprese)
Pacey: Sul serio?! (non credeva davvero che sarebbe riuscito a convincerla, voleva solo stuzzicarla un po’)
Joey: Si. Passami il telefono, dai qua. (gli ordinò)

[Pacey eseguì senza dire una parola.]

Joey: (al telefono) Ciao Silvia, sono Joey. Riesci a passarmi Greg?
Angie: Vedo se riesco a rintracciarlo Joey, attendi un attimo.
Pacey: Che gli dirai? (disse sottovoce)
Joey: La scusa più vecchia del mondo.
Greg: Pronto?
Joey: Greg, ciao, sono Joey. E’ un problema se non vengo oggi?
Greg: che ti è successo, si può sapere almeno?
Joey: ho un gran mal di pancia, dei crampi che non mi fanno nemmeno alzare dal letto, non so se mi capisci.
Greg: Oh si certo (disse imbarazzato). D’accordo resta pure dove sei, ma lunedì, dovrai recuperare.
Joey: Va bene contaci. Grazie, a lunedì. (riattaccò)
Pacey: tu sei un essere diabolico, lo sai questo? Si.
Joey: e tu sei il mio complice di marachelle. Non dimenticartelo.
Pacey: Va bene, come ti pare, ma adesso potresti concentrarti su di me. (disse con tono innocente, indicandosi col dito indice)
Joey: Io pensavo che avremmo parlato un po’, perché è necessario…

[Pacey perse lentamente interesse alle parole di Joey.]

Pacey: Aaah… (fece annoiato, poi sparì sotto le coperte)
Joey: …sapere …come…(il respiro le si fece affannoso) comportarci… con le nostre famiglie. Pacey…?

Alla fine anche Joey perse il filo del discorso.

La scena sfumò.

Dawson e Rebecca stavano viaggiando in macchina, non erano a Los Angeles, ma nei pressi di Capeside.

Dawson: Becky, cos’hai?
Becky: Niente, perché?
Dawson: Perché è da quando siamo atterrati che non dici una parola. Ti senti male?
Becky: Sono agitata. Conoscere tua madre… tua sorella… E’ troppo presto credo che sia un errore, ho sbagliato ad acconsentire a questa cosa. So che non le piacerò, io non piaccio mai alle madri… Torniamo indietro!
Dawson: Smettila. Non sono stato io ad organizzare questo week-end ha fatto tutto lei. Vedrai che le piacerai, mia madre è una donna moderna. Molto più moderna di me pensandoci bene (disse a se stesso)
Becky: Si ma, noi non stiamo insieme da tanto e se mi chiedesse qualcosa su di te?
Dawson: qualcosa su di me? E perché dovrebbe? Non sei mica sotto processo. (disse sorridendole)
Becky: Lo so, ma per lei è così importante questa cosa…
Dawson: Ascolta, (disse calmo), questo incontro non ti obbliga a firmare un contratto che ci legherà per tutta la vita, conoscerai solo mai madre e la mia sorellina e il luogo dove sono cresciuto. Tutto qua, poi torneremo a casa e continueremo le nostre vite come sempre.
Becky: Ah ah. (disse sempre agitata)
Dawson: Rilassati, okay? Siamo quasi arrivati.
Becky: Non fa caldo qui dentro? Accendi l’aria condizionata.
Dawson: L’aria condizionata? E’ il 14 di novembre…!?

La scena sfumò

New York. Casa di Jen.

Drue e Jen avevano passato la serata a guardare vecchi film horror e poi si erano addormentati sul divano, l’una nelle braccia dell’altro. Drue era sdraiato a pancia in su e Jen era accanto a lui, la testa sul suo torace, mentre il braccio di Drue la stringeva. Jen si stava svegliando lentamente lamentandosi per il dolore alla schiena.

Jen: Ouch, che male?
Drue: Ciao. (disse dolcemente guardandola dal basso)
Jen: Ciao. Sei riuscito a dormire? (disse dolorante)
Drue: Si, piuttosto bene anche.
Jen: Fantastico. Io invece credo di non sentirmi più il collo. Ahi (disse massaggiandosi).
Drue: L’hai visto fino alla fine il film?
Jen: Si, tu invece sei crollato dopo mezz’ora.
Drue: Ah sì?
Jen: Già. Vado a controllare Amy.
Drue: Jen, aspetta. Parliamo un attimo?
Jen: Di cosa?
Drue: Di questa notte, di quello che sta succedendo fra noi due.
Jen: Non è successo niente questa notte, Drue.
Drue: Allora perché, se hai visto tutto il film, sei rimasta a dormire qui invece di tornare a letto…?
Jen: Che vuol dire? E’ possibile che mi sia addormentata anch’io, appena finito.
Drue: Mi hai preso la mano.
Jen: Cosa?
Drue: Questa notte, a un certo punto hai cercato la mia mano.
Jen: Va bene e anche se fosse? Non significa niente Drue. In quel momento potevo anche stare sognando Brad Pitt.

[all’improvviso Amy scoppiò a piangere.]

Drue: Okay. Ho capito. Me ne vado, ma ne riparleremo (disse un po’ deluso)

Si alzò dal divano dirigendosi alla porta.

Drue: Pensaci bene Jen, pensa bene a quello che vuoi. Sai dove trovarmi.

Jen restò per un momento sul divano, non sapendo cosa fare, Amy continuava a piangere, ma era come se Jen non la sentisse. Pensò che forse aveva sbagliato con Drue, capiva che i sentimenti che lui provava per lei erano sinceri, ma quello che non capiva era se quei sentimenti fossero ricambiati, era una situazione difficile. Finalmente tornò presente a sé stessa e raggiunse la cameretta di Amy.

La scena sfumò.

Capeside.

Dawson e Rebecca stavano per entrare in casa, quando Gail li vide dalla finestra e decise di andargli incontro.

Gail: Dawson! Sei in anticipo, ma ero così agitata che sono sveglia dalle 6.00.
Dawson: Visto? Non sei la sola (disse a Becky)
Becky: Già. Piacere di conoscerla signora--
Gail: …Gail. (si strinsero la mano) Forza entriamo in casa, qui fuori si gela.

I tre entrarono in casa e si accomodarono in salotto.

Becky: Gail, questa casa è davvero bellissima.
Gail: Grazie, sei molto gentile.
Dawson: mamma, dov’è Lily?
Gail: E’ fuori con Alexander. Le ho detto che saresti arrivato, mi sono raccomandata che non facesse tardi…
Becky: Quanti anni ha?
Gail: Nove, ed è una peste, tutto l’opposto di com’era Dawson.
Becky: Oh si, riesco quasi a immaginarlo.
Gail: Ma dimmi di te. (ad un tratto il telefono squillò) Scusate un attimo, torno subito.

[uscì dalla stanza così Dawson e Becky rimasero da soli.]

Becky: Salvata dal telefono.
Dawson: Mi sembra che te la stai cavando bene.
Becky: Ma se ho sparato una banalità dietro l’altra.
Dawson: Vieni con me. Ti faccio vedere la casa. (le prese la mano tirandola su dal divano)
Becky: Ma se tua madre torna?
Dawson: Che importa. Dai muoviti.

Stanza di Dawson.

Becky: Così è questa la famosa camera. La camera protagonista del tuo show. (disse guardandosi in giro)
Dawson: Beh non è che sia proprio la camera la protagonista del mio show…
Becky: Ma lo so dai, dicevo per dire.
Dawson: Sai, mi manca questo posto. Rientrarci dopo molto tempo mi da sempre una grande emozione. Mia sorella ha cercato di convincermi a cederle questa camera, ma io non gliel’ho data vinta.
Becky: Accidenti! Litighi con la tua sorellina per una camera.
Dawson: Non prendermi in giro. Tutti abbiamo almeno un oggetto a cui siamo particolarmente affezionati. Quando ero ragazzino era il mio rifugio, mi bastava chiudermi qui dentro e guardare un film di Spielberg e stavo già meglio. Era tutto ciò di cui avevo bisogno per evadere dalla realtà.
Becky: Perché, la vita reale era così brutta? (disse sedendosi sul letto)
Dawson: (si sedette accanto a lei) A volte si, lo era. (in tono malinconico, ma sforzando un sorriso)
Becky: Già, credo di capire. Però vedo che alle tue pareti sono appese tutte le foto dei tuoi amici, devono essere stati tutti molto importanti per te.

[Si alzò in piedi, dirigendosi verso la finestra. Rebecca lo seguì.]

Dawson: Beh, alcuni hanno favorito a rendere la mia vita una tortura, ma molti altri mi hanno aiutato nei momenti peggiori.
Becky: Ma adesso è passata, sei cresciuto.
Dawson: Si, diciamo che più che altro ho ingoiato il rospo.
Becky: Tutti l’abbiamo fatto nell’adolescenza.
Dawson: Ma davvero? Raccontami la tua storia Rebecca Kendall.

[All’improvviso Lily entrò come una furia nella stanza come una furia.]

Lily: Dawson!!! Ciao! (disse saltandogli al collo)
Dawson: Hey! Ciao, come stai?
Lily: Sto bene. Questa qui è la tua ragazza?
Dawson: Si, lei è Becky, Lily.
Becky: Ciao, Lily, è un piacere conoscerti, tuo fratello mi parla sempre di te.
Lily: Sei molto bella.
Becky: Ti ringrazio tesoro! (disse sorpresa)
Lily: Non le hai fatto vedere la mia camera Dawson! (disse prendendo Dawson per la mano e iniziando a tirarlo) Venite! Dai!
Dawson: Arriviamo. Tu va avanti.
Becky: E’ dolcissima Dawson.
Dawson: Già.
Becky: Non mi hai ancora parlato di tuo padre. Com’era? (la domanda colse Dawson di sorpresa. Parlare del padre non era mai facile per lui)
Becky: Mi dispiace.
Dawson: No, non devi, anche se non è facile è bello parlare di lui. Era mio padre e io gli volevo molto bene.
Becky: Vai d’accordo col nuovo compagno di tua madre?
Dawson: Si, lui è… okay. E comunque non lo vedo quasi mai quindi...
Becky: (sorrise) Non ti sei sprecato molto. Tranquillo ho capito quello che vuoi dire.
Dawson: Senti ti va se rimandiamo la conversazione? Ti và di uscire di qui?
Becky: Si, andiamo a vedere cosa combina tua sorella.

La scena sfumò

Appartamento di Doug e Jack. Il telefono iniziò a squillare e Doug fu il primo a raggiungerlo.

Doug: pronto?
Jen: Doug, ciao!
Doug: Jennifer Lindley. Vedo che alla fine hai imparato gli orari. Si, Jack è qui.

[Jen non rimase troppo sorpresa dalla reazione di Doug, dopotutto le sue chiamate a casa loro erano frequenti e le sue chiacchierate con Jack anche di più.]

Jen: Grazie Doug.
Jack: Pronto Jen. Come va oggi?
Jen: Ho bisogno di un consiglio.
Jack: Ma davvero? Una cosa seria?
Jen: Si. Mettiti comodo.
Jack: Dai spara!
Jen: Okay. Jack, andrò dritta al punto. Cosa ne pensi di Drue Valentine?
Jack: Si è meglio che mi metta seduto. Non ti starai per caso… oddio impallidisco al solo pensiero.
Jen: No… io… è che non lo so. Non nego che ultimamente mi è stato molto vicino, mi ha aiutata molto sai, stare con lui mi ha fatto bene.
Jack: Jen, io non lo so, sei tu che devi decidere, ma Drue… proprio lui, c’è di molto meglio in giro, fidati.
Jen: Ah si? E dove? I bravi ragazzi di solito non bussano alla tua porta, soprattutto la porta di una madre single, dichiarandosi follemente innamorati e i migliori sono già stati tutti presi.
Jack: Quindi stare con Drue è una specie di premio di consolazione. Lui non ne sarebbe molto onorato.
Jen: No! (si giustificò imbarazzata, rendendosi conto di quello che aveva appena dichiarato) Lui è stato così carino con me e con Amy, non mi va di farlo soffrire.
Jack: Ora ti farò una domanda diretta, per cui esigerò un’altrettanta diretta risposta. Sei, o non sei, innamorata di lui?
Jen: (prese tempo) Beh, gli voglio molto bene.
Jack: Ho detto risposta diretta Lindley.
Jen: No, non credo di essere innamorata di lui. Non in quel modo. (disse con una certa remora).
Jack: D’accordo, questo è un problema. Comunque Jen, ci credo quando mi dici che lui ti è stato vicino, quindi stabilito il fatto che il principe azzurro non bussa alla porta, io credo che l’amicizia di Drue dovresti continuare a tenertela stretta, consideralo come il mio sostituto.
Jen: Tu non potresti mai avere un sostituto Jack. Pago bollette smisurate per parlare con te.
Jack: Molto gentile.
Jen: Tu come stai? (disse per cambiare discorso)
Jack: Piuttosto bene. Tutto normale qui Jen.
Jen: Lavoro, famiglia? Non hai nessun problema!?
Jack: No, ti dispiace?
Jen: Si! Sei proprio noioso.
Jack: Ciao Jen. (disse ridacchiando) Alla prossima.
Jen: D’accordo. Allora torno al lavoro, grazie per la chiacchierata, salutami Doug.
Jack: A presto.

La scena sfumò.

New York

Appartamento di Pacey e Joey.

Qualcuno suonò il campanello, Pacey raggiunse la porta indossando solo i boxer, era il ragazzo che portava una pizza gigante.

Ragazzo: Sono 14 e 75.
Pacey: Tieni il resto.
Ragazzo: Ma sono 50 dollari!
Pacey: La vita è bella.
Ragazzo: Eh già. (se ne andò allegramente)
Pacey: Ci vediamo.

Pacey chiuse la porta e tornò in camera da letto. Joey era appoggiata alla spalliera del letto intenta ad ammirare il dito anulare della sua mano sinistra, per l’esattezza ammirava l’anello, d’oro bianco con un diamante al centro.

Pacey: Ecco la merenda.
Joey: Mmm, stavo morendo. (rispose)
Pacey: Anch’io.

Rimasero in silenzio per alcuni momenti.

Joey: Ti ho già detto quanto adoro questo anello?
Pacey: Si, me l’hai detto. (disse dolcemente)
Joey: Sai Pacey, l’ho fissato attentamente e sembra proprio un diamante vero.
Pacey: (disse tossendo, quasi si strozzava) Ma… è vero, Jo! (disse ridacchiando) Credevi che avrei potuto comprarti un anello falso!? Mi offendi Potter.
Joey: Io-- no-- cioè ho creduto… oh cavolo! Ti sei anche difeso, dicendo che non era tanto grande!? Sei pazzo!
Pacey: Ti sorprendi per troppo poco tu. (disse mentre masticava)
Joey: Beh, per me è tanto.
Pacey: Invece è il minimo che ti meriti Jo.
Joey: Oh ti prego, smettila. (disse arrossendo)
Pacey: Smettila tu. Non ho fatto niente che non avrebbe fatto chiunque altro al mio posto, e poi, ammettiamolo, credo che, al momento, possiamo permettercelo… (aggiunse sottovoce)

[Joey sorrise, poi si sporse verso di lui, gli posò una mano sulla guancia e lo baciò teneramente.]

Joey: Ascolta Pace, sto pensando a come dovremmo dirlo alle nostre famiglie.
Pacey: Dobbiamo proprio? (Joey storse la testa e incrociò le braccia, come se fosse in attesa di una delle sue solite storielle), Sii, pensaci un attimo, potremmo fuggire a Las Vegas, trovare una di quelle deliziose cappelle con l’insegna lampeggiante e farci sposare da un prete vestito da Elvis, mentre sua moglie suona l’organo. [Joey continuava a guardarlo con un sorriso a metà fra ilo divertito e il minaccioso.]
Joey: Pacey…?
Pacey: Sii?
Joey: (gli sorrise aggrottando le sopracciglia e si schiarì la gola) Non è esattamente così che ho sognato il giorno del mio matrimonio.
Pacey: Lo so. Stavo scherzando.
Joey: Sarà meglio. Insomma, intendiamoci, non voglio nemmeno una cosa come nelle favole. Con un vestito a palloncino, un velo lungo tre chilometri e sei damigelle di rosa vestite, tutt’altro, ma almeno vorrei che le nostre famiglie fossero presenti.
Pacey: So anche questo, Jo.
Joey: Tu hai mai immaginato il giorno delle tue nozze? (disse mangiando un altro pezzo di pizza)
Pacey: Se ho immagin-- ecco…io..
Joey: …no.
Pacey: Già. (disse abbassando lo sguardo) A parte il fatto che ho sempre pensato che mi sarei sposato dopo i trent’anni.
Joey: E io sono riuscita a rubarti ben 5 anni di libertà. Accidenti che onore… (disse sorridendo)
Pacey: Forse non hai capito, ho detto dopo i trent’anni, come minimo. Quindi mi hai rubato molto più di cinque anni di libertà ragazzina.
Joey: Simpatico. A parte gli scherzi, ci deve pur essere qualcosa che vorresti fare.
Pacey: Mi va bene qualsiasi cosa tu decida.
Joey: Si però, qualche dritta dovrai pure avercela. Non è solo il mio matrimonio. Voglio che l’organizziamo insieme.
Pacey: Mi piacerebbe che fosse una cosa semplice…
Joey: Continua… mi piace.
Pacey: Mmm, dunque… tu, io, un paio di testimoni e… una spiaggia.
Joey: Davvero una bella immagine, Pace, mi congratulo. Magari a Capeside.
Pacey: Perché no.
Joey: Li chiameremo subito allora. Io chiamerò i miei e tu i tuoi.
Pacey: Cosa!? (il respiro gli si fece pesante)
Joey: Preferisci fare il contrario? Potrebbe essere un’idea--
Pacey: No no no no no!!! Che stai dicendo?!!
Joey: Hai capito. Chiamiamo i nostri genitori.

[Joey si allungò per afferrare il telefono, Pacey spostò la scatola della pizza, ormai quasi vuota e rubò il cordless dalle mani di Joey.]

Joey: Hey, ma che fai? Basta scherzare.
Pacey: Adesso non sto scherzando. Respira un secondo e pensa a quello che stai per fare Potter. (fece serio)
Joey: Non stai scherzando?
Pacey: No.
Joey: Allora davvero non capisco, spiegami, non vuoi dire hai tuoi genitori che ti sposi. (il suo tono ora era preoccupato e distante)
Pacey: Si che lo voglio, Jo (disse teneramente), ma non adesso, non così. Per telefono… Non roviniamo questo momento. Abbiamo tempo per avvisarli (si avvicinò cercando le sue labbra)
Joey: (si spostò di scatto, riflettendo su quello che aveva detto, tanto che lui perse l’equilibrio e scivolò in avanti) Sai, in effetti credo che tu abbia ragione.
Pacey: Si. (disse facendo si col capo)
Joey: Non possiamo dirgli che ci sposiamo così… per telefono.
Pacey: Esattamente! Quello che dicevo io.
Joey: Dobbiamo invitarli qui.
Pacey: EH!??!!!!! (disse sgranando gli occhi e con voce tremante, era riuscito solo a tirarsi la zappa sui piedi)
Joey: Ma si! (si alzò in piedi e cominciò a girare avanti e indietro per la stanza, mentre Pacey rimase seduto sul letto, guardandola dal basso) Hai ragione tu. Le nostre famiglie si meritano di saperlo direttamente da noi, faccia a faccia, (Pacey continuava a fissarla in preda al panico), e questa sarà anche l’occasione buona per fargli vedere la nostra vita qui a New York.
Pacey: Joey? (fece timidamente) Tesoro…. Amore mio, (riuscì ad afferrarla e le prese le mani nelle sue), tu sai quanto ti amo, ma non credo che dovremmo farlo, capisci? Non – è - una - buona – idea. (scandì bene ogni parola, terrorizzato dal pensiero dei suoi genitori e il padre di Joey rinchiusi in una stanza, per l’annuncio del matrimonio dei loro figli.)
Joey: Tu sei sempre negativo, invece andrà tutto bene vedrai. (si abbassò gli prese il viso tra le mani e lo baciò solo per farlo stare zitto) Tra poco è il giorno del Ringraziamento. Farò il tacchino, anzi a quello ci penserai tu, io sono negata. Sarà tutto perfetto vedrai!

Pacey fece una risatina isterica, poi si lasciò cadere sul letto a pancia all’aria.
Pacey: Oh si. Meglio di così non potrebbe andare… (aggiunse sempre più sconvolto)
La scena sfumò

Domenica 16 novembre 2008

Pjers.

Ufficio di Pacey.

Max: Allora, dimmi perché sono qui?
Pacey: Beh, come sai, ora che Alex si è fatta da parte.
Max: …sarai tu il solo e unico boss. Oh yeah.
Pacey: si ma quella è solo una parola. Il fatto è che come conseguenza di questo potrei passare meno tempo qui dentro.
Max: Ma questo che c’entra con me?
Pacey: Passare meno tempo qui non significa trascurare il locale, avrò bisogno di qualcuno, una persona di cui mi fido, che si prenda l’impegno di gestire la parte del bar. Con Justin continuerò a trattare io, ma… (Max continuava a fissarlo senza capire)
Max: Wo – wo – wo, frena! Non ti seguo. Che cosa stai per dirmi?
Pacey: Pensavo a te, Max Crane, se te la senti.
Max: Pensavi a me?! Perché? Io-- non lo so… Sono onorato che tu pensi a me, ma--
Pacey: Ti ho già lasciato da solo atre volte, ed è sempre andata bene mi sembra. Avresti una promozione, non dovresti più stare in mezzo al banco, troveremo qualcuno che ti sostituisca.
Max: Ma a me piace il mio lavoro. Non so se sarei in grado di dirigere una squadra di persone.
Pacey: Dicevo lo stesso anch’io cosa credi. Facciamo così, proviamo per un paio di settimane, se non ti trovi bene potrai sempre dirmelo e tornerai a fare il tuo vecchio lavoro. Cosa ne dici? Affare fatto?

(Max si guardò in torno per un po’ pensieroso)

Max: D’accordo! (si strinsero la mano) Appoggiamo questa pazzia. (disse un po’ preoccupato)
Pacey: Grande. (gli diede una botta sulla spalla)
Max: Certo che tu sei uno strano capo…

[Pacey fece finta di non sentire]

Pacey: Allora, andiamo a festeggiare?

Al bar del Pjers.

C’erano tutti; le ragazze, (Jen, Audrey e Michelle), erano raggruppate a una lato del bancone; all’estremità apposta c’erano Drue e Justin

Audrey: Joey non si vede.
Michelle: Arriverà vedrete.
Jen: Si si, stasera mi ha detto che sarebbe venuta.

Max e Pacey uscirono dall’ufficio, tutti i loro amici erano lì

Max: Accidenti! Guarda qua. Ci sono proprio tutti, è Pacey. Chissà come mai…? (disse col tono di chi la sa lunga)

[Pacey fece uno sguardo confuso.]

Jen: Pacey! (fece Jen) Almeno tu. Sai dov’è finita la tua fidanzata?
Michelle: Viene stasera vero?
Audrey: Dobbiamo chiederle un mucchio di cose.
Pacey: (sempre più disorientato, non capiva il motivo di tutta questa agitazione) Si, viene, sarà solo un po’ in ritardo.
Audrey: Pacey…? (disse maliziosa)
Pacey: Che vi succede ragazzi?
Audrey: Dai non fare il misterioso. Parla.
Jen: Ma si che lo sai.
Pacey: No, ragazze. Davvero, non so di cosa state parlando…

[Ad un tratto dalla porta principale entrò Joey. Le ragazze, le davano le spalle perché stavano parlando con ragazzi e non la videro.]

Justin: Ragazze, guardate, c’è Joey.
Drue: Salvato in corner (commentò)
Audrey: Joey! Coniglietto, vieni qui (disse andandole in contro e abbracciandola calorosamente)
Joey: Hey. Ciao! (rispose, facendo di tutto per non rimanere soffocata dall’entusiasmo dell’amica) Che accoglienza.
Michelle: Ti stavamo aspettando.
Drue: Oh si, non vedevamo l’ora di rivederti. (disse con voce femminile e gesticolando per prendere in giro le ragazze, che dal canto loro lo ignorarono completamente)
Jen: Come va?
Joey: Ciao tutti.
Jen: Non hai niente da mostrarci…? (disse di getto)
Joey: (incurvò le sopracciglia) Io-- (le ci volle qualche istante per capire a cosa Jen si riferisse, ma finalmente ci arrivò. Qualcuno doveva aver spifferato a tutto al gruppo quello che era successo tra lei e Pacey la sera precedente e adesso gli amici non aspettavano altro che sapere i dettagli) Ma voi… come fate a sapere... Pacey! (disse stupita, non poteva credere che era stato lui)
Pacey: Non guardare me. (disse alzando le mani)
Drue: Lui non c’entra.
Jen: Io e Drue abbiamo solo fatto uno più uno Jo.
Pacey: E avete spiattellato tutto anche agli altri.
Jen: Si, infatti (disse allegramente)
Audrey: tira fuori l’anello.

Joey allungò timidamente la mano verso le ragazze.

Michelle: Wow
Jen: Che bello. (disse incantata)
Audrey: Ammazza che flash. Pacey!?! Ottimo gusto, davvero. (urlò anche troppo forte.)

[Tutti i clienti si girarono. Lei lo fece per richiamare l’attenzione di Pacey, che era con i ragazzi, all’estremità opposta del bancone.]

Pacey: Grazie. (rispose imbarazzato, l’eccessiva esuberanza di Audrey a volte lo metteva a disagio. Anche se non sembrava, Pacey, sotto sotto, era una persona riservata, non amava troppo questo lato casinista dell’amica.)
Max: Cosa fai? Ti nascondi?
Pacey: Vorrei solo che cercaste tutti di stare calmi.
Justin: Lo sai come sono le ragazze.
Drue: Io te l’avevo detto che non dovevi farlo.
Pacey: Si. (senza dargli peso) Tu piuttosto. Con Jen come và?
Max: Si, con Jen, come và?
Justin: Come và con Jen?
Drue: (non sapeva chi guardare, si schiarì la voce) Meglio.
Pacey: Davvero?!
Drue: Puoi dimostrarti anche meno sorpreso, lo sai?

I ragazzi risero

Justin: Cos’è successo?
Drue: E’ iniziato tutto con una maratona horror. Io odio gli horror, ma…

La scena si spostò sulle ragazze che intanto si erano sedute ad un tavolo. Passando si scontrarono con Jamie che non mancò di fare gli auguri a Joey. Poi, riprese a lavorare.

Joey: Basta parlare di me. Dunque vediamo. (passò in rassegna tutte e tre le amiche che la circondavano), Ambarabà ciccì coccò. Jen! Ti tocca. Come ti và? Amy e la nonna stanno bene?
Jen: Amy sta benissimo, mia nonna, al solito, dopo l’operazione sta molto meglio.
Joey: E tu come stai? (disse con tono serio)

Jen la fissò stranamente. Non capiva il motivo di quella domanda, ne tanto meno il tono ansioso che sembrava aver usato. Era come se Joey, avesse letto negli occhi dell’amica qualcosa che la tormentava. Rimase zitta per qualche istante, continuando a fissare Joey.

Joey: Beh?
Jen: (si schiarì la voce lievemente in imbarazzo) Okay, ora promettetemi di non pensare male. (disse alle amiche) Prima fatemi finire.
Audrey: Certo
Michelle: D’accordo, si.
Joey: Vai tranquilla.
Jen: Se vi dico che l’altra sera ho dormito con Drue, voi cosa pensate?
Michelle: E’ successo veramente?!!
Joey: Se quello che vuoi è stare con lui--
Audrey: Nel senso che avete…
Jen: Non abbiamo fatto niente! Gli avevo chiesto di rimanere a guardare la tv e ci siamo addormentati sul divano.
Audrey: Pure sul divano? Tutti avvinghiati?!
Jen: Il problema adesso è che non so cosa lui potrebbe pensare.
Michelle: Nel senso che a te non interessa e hai paura di ferirlo.
Jen: esattamente.
Joey: Ooh, ho capito, hai paura di averlo ingannato, hai paura che lui creda già che sei pazza di lui, mentre in realtà non è così. (Jen annuì)
Jen: Oggi ho anche parlato con Jack.
Audrey: Non potrebbe essere che sta iniziando a piacerti senza che neanche tu te ne accorga.
Jen: Lo escludo. Lo so che è terribile da dire, ma non ho proprio mai pensato di fare qualcosa con Drue.
Audrey: Capito. Beh non è poi così terribile. Dopo tutto quello che ci avete detto di lui…
Jen: E’ terribile da dire per come stanno le cose adesso. Con me è stato davvero dolcissimo, con me e con Amy. Credo che potrebbe funzionare.
Joey: Se solo tu ne fossi innamorata, o minimamente attratta… Provare solo del grande affetto, non basta, credi a una che ci è passata.
Jen: La mia situazione non è la tua, io non ho un ragazzo che mi ama follemente da qualche parte del mondo, che mi aspetta a braccia aperte. E’ lo stesso discorso che facevo oggi con Jack. Drue è qui, adesso e ci vuole bene, non posso non tenerne conto.
Joey: Se entri dentro questo tunnel. Quello in cui, per non ferire i sentimenti di un ragazzo rinunci alla tua stessa felicità te ne pentirai, credimi.

Lunedì 17 novembre 2008

Capeside. Mattina. Davanti a casa di Dawson.

Dawson e Rebecca stavano salutando Gail, Lily e il marito di Gail (n.b. non ho mai saputo come si chiamasse questo tale e non mi andava d’inventarlo).

Rebecca: Grazie di tutto. E’ stato un vero piacere conoscervi.
Marito: Piacere nostro. Torna a trovarci quando vuoi.
Gail: Spero solo che ti sia trovata bene.
Becky: Si, assolutamente.
Gail: Perfetto, allora sarà un piacere riaverti qui. Saluta Dawson, Lily.
Lily: Ma perché deve andare sempre via, mamma? (frignò)
Gail: Dawson deve tornare a Los Angeles, se no non vedrai mai la fine di The Creek.
Lily: Okay, allora ciao. Comunque è tardi, devo andare da Alex. (detto fatto, si mise a correre verso il pontile)
Gail: E sta attenta con quella barchetta! E’ davvero un trabiccolo, (disse preoccupata), dovremmo deciderci a comprarne una nuova, (aggiunse rivolta verso il marito). Comunque, Dawson, Rebecca. Chiamatemi appena arrivate. Fate buon viaggio.
Dawson: Si. A presto. Grazie mamma, a presto… marito…

New York.

Appartamento di Jen.

Jen stava ancora dormendo, quando le sembrò di sentire bussare alla porta, ma forse stava solo sognando, decise di fare finta di niente. Il rumore però si fece sempre più forte. Una volta tanto che non era Amy a svegliarla, ci doveva essere qualcun’altro a farlo. Si alzò faticosamente dal letto, indossò un paio di pantaloni della tuta e si diresse lentamente e sfregandosi gli occhi verso l’entrata.

Jen: Sto arrivando. Un attimo. (Disse sempre più assonnata.)

Arrivò finalmente alla porta, girò la chiave nella toppa e aprì lentamente. Faticava ancora ad alzare la testa, non aveva preso nemmeno un caffè, la prima cosa che vide furono delle scarpe, poi dei pantaloni, pensò subito che fosse un uomo molto raffinato, dato che il completo che indossava le sembrava molto elegante. Finalmente alzò lo sguardo e lo vide in faccia, sul momento non lo riconobbe, soprattutto per colpa dell’abbigliamento, sicuramente non da lui per quello che ricordava. Si, lui. Era, come sempre, affascinante. Per una frazione di secondo il cuore le si fermò. Non stava succedendo davvero. Doveva essere un incubo.

Blake: Ciao Jen. (disse dolcemente)
Jen: Che cosa vuoi!? Perché sei qui? (rispose fredda)
Blake: Lo sai. Voglio vedere mio figlio.

La scena sfuma al nero

Fine settima parte