Una nuova vita
25 giugno 2008 - Una settimana dopo il matrimonio
Giorno. Capeside. Ice House.
Pacey è nel suo ufficio e sta lavorando. Quando qualcuno bussa alla porta.
Pacey: Avanti. (si vede Doug entrare) No Doug, lasciami perdere.
Doug: Ma che ho detto? Non ho aperto bocca.
Pacey: Si, ma so già quello che mi vuoi dire e come la pensi.
Doug: Voglio solo parlarti, sapere come stai.
Pacey: Sto alla grande. Davvero Doug, non è necessario, sono vaccinato.
E’ quello che avevo detto anche a lei. L’ho superata.
Doug: Pacey, sappiamo entrambi che non è così, sei mio fratello, ti conosco.
Pacey: Va bene, e allora? Che dovrei fare? Lei se né andata, non ho intenzione
di correrle dietro, se è a questo che miri. Voglio dimenticarla, lo devo
al mio orgoglio.
Doug era senza parole. Pacey pensava veramente quelle cose? Sembrava di
sì.
Doug: Non puoi dire sul serio.
Pacey: No? Guardami.
Doug: Io sono solo convinto che ci sia un buon motivo se Joey--
Pacey: Non finire neanche la frase. (Pacey si alzò in piedi) Senti Doug,
ora devo lavorare e tra poco ho appuntamento con il fornitore, quindi
se non ti dispiace… (detto questo buttò Doug fuori dalla porta.) …stammi
bene.
Si girò, tornò dietro alla scrivania e fece un lungo sospiro. Il lavoro
era l’ultima cosa che aveva per la testa. Stava male, per l’ennesima volta
aveva sperato in un lieto fine x la sua inutile vita, e invece era rimasto
deluso. Era sfiduciato e stanco, ma non sapeva se di sé stesso, o di qualcun
altro.
26 giugno 2008
Mattina. New York. Ufficio di Joey.
Lei sta lavorando. Michelle, una sua collega, le si avvicina.
Michelle: Hey, ciao! E tutta la mattina che sei seduta qui, non hai fatto
nemmeno la pausa caffè che facciamo di solito tutti insieme.
Joey: (senza distogliere la testa dal computer) Ho molto lavoro da fare.
Michelle: (inclina un po’ la testa e arriccia il naso) Che hai?
Joey: Niente. Sono solo molto indietro. Greg mi ha affidato questo nuovo
incarico e non riesco a concentrarmi.
Michelle: E perché?
Joey: Cos’è un interrogatorio?
Michelle: Sono solo curiosa. Ho notato che da un paio di giorni sei giù.
A dire il vero è da quando sei ritornata da Creekside che ti vedo diversa.
Joey: (senza entusiasmo) Capeside.
Michelle: Come ti pare. (ci fu una pausa) Allora, non mi rispondi?
Joey: (fece un sospiro un po’ scocciato) Che vuoi che ti dica?
Michelle: Vorrei capire come mai una settimana fa eri in estasi e adesso
mi sembri sull’orlo di un precipizio.
Joey: (fece un lungo sospiro) Okay. (si girò verso l’amica) Ho fatto una
cosa terribile ad una persona durante quella settimana che sono stata
a Capeside, Shelly. A l’ultima persona a cui avrei voluto farlo.
Michelle: Christopher?
Joey: Chi? No, (quasi accennando un sorrisino) non Christopher.
Michelle: E allora chi?
Joey: Tu non lo conosci.
Michelle: (con aria maliziosa) Aah quindi è un lui… (Joey annuì con la
testa)…beh continua…
Joey: Non so come spiegarti.
Michelle: Okay, allora vediamo. E’ un tuo ex ragazzo, che hai lasciato.
Quando l’hai rivisto, hai realizzato di essere ancora innamorata di lui,
ma non gliel’hai detto e adesso questa cosa ti tormenta perché pensi di
aver sprecato la tua grande occasione.
Joey: (sorpresa) Cavolo!
Micelle: E’ la storia più vecchia del mondo, ma non è così terribile,
l’unico problema adesso è che devi trovare il modo di dirlo a Christopher.
Joey: Sai ci sei andata vicina, ma non è proprio così, anzi, in realtà
è molto peggio. Gli ho detto che lo amavo, ma poi sono scappata via la
mattina dopo.
Michelle: Che hai fatto?!? Senza dirgli niente?
Joey: Già.
Michelle: Ma perché?
Joey: Perché sono una stupida e un’egoista. Perché ho un lavoro qui non
potrei mai licenziarmi e non posso neanche fare avanti e indietro… (sbuffò)
Michelle: Beh, io non lo conosco, ma forse se questa cosa l’avessi detta
a lui, può darsi che avrebbe accettato volentieri l’idea di trasferirsi
a New York per stare accanto a te.
Joey: Non potrei mai chiederglielo, non ora che ha un’attività ben avviata
a Capeside.
Michelle: (scosse la testa) Non credo che ce la farai a vivere così. A
lungo andare questa situazione ti distruggerà. Chiamalo! (Si alzò e se
ne andò, lasciando Joey nel dubbio)
Sera. Appartamento di Jen.
Jen sta facendo il bagnetto ad Amy, quando squilla il telefono.
Jen: Pronto.
Jack: Hello!
Jen: Jack! Ciao!!! Che bello sentirti come stai? Doug come sta?
Jack: Non male, non male. Sia io che Doug stiamo bene. Tu, Amy e la nonna
come state?
Jen: Io ed Amy bene, la nonna è sempre stabile, soltanto che dovrebbe
riposarsi di più, invece è sempre in movimento. Comunque vado a trovarla
spesso, sembra che a casa di mia madre stia bene. Chi l’avrebbe mai detto.
Jack: Sei tu che non stai bene Jen, lo sento dalla voce. Sei lì, tutta
sola, a New York con Amy, dovresti uscire ogni tanto.
Jen: Non compatirmi Jack. Guarda che esco, io e Joey ci vediamo spesso.
Jack: Quando? Nella pausa pranzo?
Jen: Eh, in effetti è proprio così. (Jack si mise a ridere) Che ho detto?
Jack: Ma quello non è uscire Lindley!
Jen: Io sto benone Jack, stai tranquillo. Dai raccontami un po’ di te
e Doug, sono curiosa di sapere se si è sciolto un po’.
Jack: Ora và meglio. In quel settore.
Jen: (un po’ esasperata) In quel settore. E in quale va male, alcuni genitori
dei tuoi studenti fanno ancora problemi?
Jack: No, che dici, ormai l’hanno presa persa.
Jen: E allora?
Jack: Jen, tu hai detto che vedi Joey, vero?
Jen: Si, a volte.
Jack: Lei non ti ha accennato niente di particolare?
Jen: Su che cosa?
Jack: Non ti ha accennato niente. Lo immaginavo.
Jen: Sputa l’osso Jack.
Jack: No, no davvero, vedrai che prima o poi te ne parlerà lei stessa.
Quando lo farà però non accennarle questa nostra conversazione.
Jen: Non sarà difficile dato che non ci ho capito niente.
Jack: Meglio così.
Jen: Già, meglio così. Senti Jack devo mettere Amy a letto, ci sentiamo
presto okay?
Jack: Si, hey, chiamami se hai bisogno.
Jen: Lo farò. Ciao, ti voglio bene.
Jack: A presto, e salutami Amy.
Jen: Ciao Jack.
Stessa sera. Capeside. Casa Leery.
Dawson è nella sua stanza, sta preparando i bagagli per la partenza l’indomani.
La madre entra nella stanza.
Gail: Toc toc.
Dawson: Mamma! Che succede.
G: Hai finito con le valige?
D: Si, tutto fatto. Una bella dormita e domani si ricomincia.
Gail si siede sul letto e guarda preoccupata il figlio.
D: Cos’hai, cos’è quell’aria compassionevole?
G: Voglio essere sicura che tu stia bene tesoro. Ho saputo cos’è successo
con Joey e…
D: Sì, e allora? Ci siamo definitivamente chiariti.
G: (timidamente) Veramente?
D: Si mamma, questa volta è la scelta definitiva. Abbiamo capito i nostri
sentimenti e abbiamo capito che quello che abbiamo è meraviglioso così
com’è.
G: Sai, ero un po’ preoccupata, ma devo ammettere che l’hai presa bene.
D: Si, sono cresciuto.
G: Sono più sollevata ora. Quindi c’è qualcuno che ti aspetta in California?
D: (scocciato) Mamma!!
G: Sono tua madre, devo saperlo.
D: Beh, c’è, o per lo meno, c’era una ragazza, ma non so se la troverò
lì ad aspettarmi, dato che continuo a darle buca a causa del lavoro.
G: E chi è questa ragazza?
D: Si chiama Rebecca, ma non è niente di serio, insomma ci siamo visti
una volta, io le ho promesso che l’avrei richiamata, ma non l’ho più fatto,
lei ha provato a contattarmi più di una volta, ma io ero sempre impegnato…così…
G: E cos’è? Un’attrice?
D: No mamma. Accidenti come sei prevedibile.
G: Scusami. Allora che fa?
D: E’ un’arredatrice d’interni.
G: (fece una faccia strana) Mi spieghi come hai fatto a conoscere un’arredatrice
d’interni con il lavoro che fai?
D: Ci serviva una curatrice che si occupasse di allestire i set.
G: Ooh, giusto non fa una piega.
D: Va bene mamma, ti ho detto anche troppo, ora se non ti dispiace, vorrei
dormire. Oltre tutto credo che tuo marito ti reclami.
G: Si, si, me ne vado.
D: Io partirò domani mattina presto, quindi ti saluto adesso, salutami
anche Lily.
G: Ma come, credevo che avessi l’aereo nel pomeriggio.
D: Si, ma devo trovarmi all’aereoporto prima. Ti chiamerò appena arrivo.
G: D’accordo, ma fallo davvero!
D: Certo. Buonanotte mamma.
G: Ci vediamo, fai buon viaggio tesoro.
Detto questo gli diede un bacio sulla guancia e uscì dalla stanza. Dawson
si buttò sul letto e cadde in un sonno profondo.
3 luglio 2008 - UNA SETTIMANA DOPO.
Sera. New York. Casa di Joey.
Lei e Christopher stanno cenando.
Christopher: Ti vedo silenziosa. Come è andata oggi a lavoro?
Joey: (fingendosi rilassata) Bene.
C: Sei telegrafica.
J: Sono solo un po’ stanca.
C: Speravo che mi dicessi così. (Joey alzò la testa per guardarlo in faccia)
Perché c’è una cosa che avevamo programmato e che poi non abbiamo più
fatto. E adesso credo sia il momento buono per approfittarne.
Joey si fece scura in viso, come se sapesse già a cosa il suo ragazzo
stesse pensando.
J: (ingoiando un pezzo di bistecca) Davvero? Di che stai parlando?
C: Ti ricordi di quella gita che avevamo programmato? Quella sul lago
Walden?
Joey continuò a fingere di non capire.
J: Rinfrescami la memoria.
C: Prima che tu partissi per quel tuo viaggio in quel paesello sperduto
nella prateria--
J: E’ il paese dove sono nata Christopher, e ci sono affezionata. Ti pregherei
di evitare inutili commenti.
C: Come vuoi. Comunque, prima che te ne andassi noi avevamo in programma
questo week-end di passione, ricordi?
Joey continuava a sentirsi sempre più a disagio, ricordandosi che la prima
volta che aveva deciso di rinunciare al quel viaggio e partire invece
per Capeside era stato proprio perché aveva trovato un anello di fidanzamento
nel cassetto di Christopher e il sospetto che lui le avrebbe chiesto di
sposarla proprio durante quella gita la metteva in agitazione. Proprio
come adesso.
J: (molto timidamente, quasi impaurita) Sai Chris, io non credo che questo
periodo sia buono per una gita fuori città.
C: Cosa? Ma perché?
J: Lo sai il perché. Lavori nel mio stesso edificio e sai della promozione
che mi ha dato Greg. Questo mi comporta più responsabilità e più ore di
lavoro. Per non parlare del fatto che sono le meno esperta là dentro,
sto facendo il possibile per tenermi al passo con gli altri e per farlo
non mi servono distrazioni. Insomma in questo periodo ho bisogno di essere
concentrata al 100% nel lavoro. Mi dispiace.
C: Questo è un no?
J: Credo di sì.
Ci fu una lunga pausa. Poi lui sospirò scocciato.
C: Okay. Dimmi che succede?
J: Niente, che vuoi dire?
C: Vorrei sapere perché ultimamente sei così distante.
J: Distante? Non sono distante.
C: Lo sei Joey. Insomma noi due non abbiamo più-- (Christopher sospirò
senza finire la frase) Voglio sapere che cos’hai.
J: Sono solo stressata Chris. Supererò questo momento. Abbi pazienza.
Joey si alzò dalla tavola e cominciò a sparecchiare.
10 luglio 2008 - UNA SETTIMANA DOPO.
Giorno. Capeside. Icehouse.
Jack e Pacey stanno parlando seduti al bar.
Jack: Ho parlato con lei l’altro giorno, mi ha chiamato e mi ha detto
quello che ha detto anche a te, che il suo lavoro la tiene molto occupata,
ma che le piace molto.
Pacey: Dovremmo andarla a trovare ogni tanto, insomma Boston non è poi
così lontana da Capeside.
J: Già. Ti saluta sai Pacey. Mi ha detto di darti un bacio da parte sua--
P: (scherzando) Hey, non ci provare, sai?! Baciare Andie è un conto, ma
te…
J: Divertente. Sei simpatico. Comunque, io le ho detto che al massimo
potevo darti una botta sulla spalla o una stretta di mano.
P: Una stretta di mano l’accetto volentieri amico mio.
Arrivò la voce di Corey da dietro le spalle di Pacey
Corey: Capo. Ti vogliono al telefono.
P: Torno subito, scusami. (rivolgendosi a Corey) Chi è?
Corey: Non lo so, non ha voluto dirmelo.
P: Uomo o Donna?
C: Donna.
Pacey era perplesso, prese la cornetta.
P: Pronto?
Voce sconosciuta: Ciao Pacey (disse allegramente)
P: Salve, con chi parlo scusi.
VS: (in tono sensuale) Andiamo, non mi riconosci.
P: No, in effetti, no.
VS: E dai fai un piccolo sforzo.
P: (sempre più confuso) Non saprei proprio, niente giochini, con chi sto
parlando?
VS: Okay, non arrabbiarti. Sono Alex.
P: Alex?
Alex: Sì, Alex Pearl.
P: Oh mio Dio! Alex! Ma che… come mai mi chiami?
Alex: Beh tesoro, ho una proposta da farti.
Pacey fece una faccia poco convinta.
A: Non farti strane idee, non quella che credi tu. Un’altra. Allora mi
vuoi ascoltare o no…?
P: Continua.
A: Sto per aprire un locale. Una sorta di Night Club e Ristorante e mi
serve un socio.
P: E hai pensato a me! Perché? Vuoi forse sfruttarmi?
A: Ho scelto te perché so che sei in gamba, sei sveglio e in oltre conosci
il settore e poi sei giovane e io voglio creare un ambiente giovanile.
Sono piena d’idee e ho bisogno di te per metterle in atto. Sarai mio socio
al 50% niente trucchetti.
P: (timidamente) Tutto questo sembra meraviglioso, ma io non posso, ho
già un ristorante qui a Capeside, sto bene qui…
A: Oh ti prego, Pacey! In quel buco di paese non riusciresti a tirare
su in un mese i soldi che prenderesti in una sera nel mio locale a New
York.
P: New York! (“Ecco la fregatura” pensò Pacey) E’ a New York che lo vuoi
aprire?!?
A: Si, infatti, e dove se no
P: Allora scartami in partenza, perché io non ho intenzione di trasferirmi
a New York.
A: Ti senti bene Pacey? Hai idea di quanti pagherebbero per ricevere un’offerta
simile?
P: Si? Allora chiama loro. (sta per riattaccare)
A: Pacey, dico sul serio, pensaci bene. Questo è il mio numero 555-0143.
Ti do due giorni di tempo. Se lunedì non sento una tua telefonata, sarai
accontentato.
P: Come fai ad essere così sicura che tutta questa impresa non si rivelerà
un fiasco?
A: Lo sarà solo se non ci sarai tu ad aiutarmi.
P: Cos’è, mi stai adulando per convincermi?
A: Adularti? Ah ah. Quello che dovevo dirti te l’ho detto. Ti consiglio
di ragionare col cervello e chiamarmi Witter. (riagganciò il telefono).
La scena sfuma. Vediamo Pacey che esce dal suo ufficio e raggiunge nuovamente
Jack seduto nello stesso posto di prima. Pacey ha una faccia sconvolta.
Come se dovesse prendere la decisione più importante della sua vita e
non sapesse quale scegliere. Riprese il suo posto accanto a Jack.
Jack: Ma che ti è successo? Hai parlato con un fantasma?
Pacey: Era una persona che mi ha fatto un’offerta. Una persona che conosci
anche tu.
J: Chi era? Dimmelo?
P: Alex Pearl.
J: (ci pensò un attimo) Alex Peal… Alex Pearl… Oh Dio! (sconvolto) Ma
non è quella tipa tutta stramba che ci ha provato con te quando stavi
ancora con Audrey? Quella che poi per poco non ti ammazzava pure?
P: In persona.
J: Ma che vuole ancora da te?
P: Sta aprendo un locale e mi vuole come suo socio.
J: Davvero?!! Tutto qua, ma allora è una bella notizia, dobbiamo festeggiare.
Comunque che genere di locale ha in mente?
P: Un Night Club/Ristorante, non so bene.
J: Non mi sembri molto entusiasta. A me pare un’offerta molto buona. Dove
vuole aprirlo? Sempre a Boston?
P: (ci fu una lunga pausa, poi Pacey alzò la testa e guardò Jack dritto
negli occhi, scandì alla perfezione le tre parole) New York City!
J: (roteo gli occhi e la testa) Ooh. Capisco. Beh, di certo un locale
a New York è molto redditizio, chiunque accetterebbe…
P: Non voglio vendere l’Ice House.
J: Chi ha parlato di vendere? Potresti affittarlo a qualcuno. All’inizio
potrei aiutarti io, e poi c’è Bodie. Lui conosce questo posto più di chiunque
altro, forse anche meglio di te. E poi, lo sai che è da molto che sogna
di tornare a fare il suo lavoro e adesso che Alexander è già grande Bessie
non ha più bisogno del suo aiuto per gestire il B&B. Anzi credo che gli
faresti un piacere. (fece una pausa) Ma entrambi sappiamo che non è l’Ice
House il problema che ti tormenta l’anima, vero?
Pacey non rispose si limitò a guardarlo sospirando, Jack era sempre stato
dannatamente acuto. Ma come faceva?
J: Ascolta, io credo che dovresti chiamare quella donna e saperne di più.
Parliamo della tua vita, è da tanto che aspetti una svolta del genere.
E’ questa la tua grande occasione. Agisci, ma il prima possibile. Io comunque
ora devo andare, ho dei compiti da correggere, ma Pacey, fallo, non pensarci
su troppo. Capito?
P: (annuì con la testa) Hey Jack, (lo richiamò prima che sparisse del
tutto, lui si girò) grazie amico.
Jack gli fece un sorriso, si voltò di nuovo e proseguì fino alla macchina.
13 luglio 2008 - Tre giorni dopo.
Mattino. New York. Ufficio di Joey.
Lei non riesce a concentrarsi, quindi decide di fare una pausa. Prende
il telefono per chiamare un’amica.
Segretario: New York Art Gallery.
Joey: Si, salve, potrei parlare con la signorina Lindley.
Segretario: Gliela posso, un secondo.
Jen: Jennifer Lindley
Joey: Ciao Jen.
Jen: Joey, che bella sorpresa.
Joey: Sicura? Non ti disturbo?
Jen: Ma no, dimmi.
Joey: Ecco, pensavo, ti va di pranzare insieme oggi?
Jen: Certo, facciamo alla solita tavola calda.
Joey: Perfetto. A più tardi.
Jen: Okay, a dopo Joey.
Los Angeles. Ufficio di Dawson.
Lui sta scrivendo, quando qualcuno bussa alla porta.
Dawson: Avanti. (entra Rebecca) Hey, ciao. Come stai?
Rebecca: Bene, tu?
Dawson: Bene.
Rebecca: Sai ho pensato all’altra sera, io mi sono divertita, e tu?
Dawson: Molto. Adoro quel posto.
Rebecca: Anch’io.
Ci fu una pausa entrambi si guardarono negli occhi imbarazzati. All’improvviso
parlarono nello stesso momento.
Dawson: Mi chiedevo--
Rebecca: Pensavo-- prima tu
Dawson: Okay. Ti andrebbe ti replicare? Tipo sabato sera?
Rebecca: (sollevata) Speravo che me lo chiedessi.
Dawson: Fantastico! Ti passo a prendere allora.
Rebecca: Okay. Ora è meglio che vada, ti lascio lavorare. (gli sorrise
prima di uscire)
Dawson: A sabato. (lui ricambiò il sorriso poi abbassò di nuovo la testa
e riprese da dove aveva interrotto)
Jen e Joey stanno pranzando nella tavola calda dove si erano date appuntamento.
Jen: e insomma più passa il tempo più credo che non troverò mai il ragazzo
giusto per me, anzi correzione, per noi. Guardami, sono una ventiquattrenne
madre single. Chi vorrà mai avere a che fare con me?!
Joey: Non sai quello che dici Jen. Capisco che possa essere duro visto
dalla tua prospettiva, ma Jen, tu sei una ragazza bellissima, sei in gamba,
hai un ottimo lavoro. Dovrebbe essere il ragazzo che un giorno incontrerai
a sentirsi a disagio, credi a me, non hai nessun motivo di essere infelice.
Jen: Già, perché tu invece si?
Joey guardò Jen come se avesse toccato un punto dolente e Jen si accorse
subito di quello sguardo.
Jen: Joey? Va tutto bene, vero?
Joey: Si, cioè--
Jen: Avanti, spara. Si tratta di Pacey vero?
Joey alzò all’improvviso la testa e guardò Jen in faccia. Aveva gli occhi
che le brillavano, era da tanto tempo che non sentiva pronunciare ad alta
voce il nome di Pacey, e il suono di quel nome le provocò il batticuore.
Come faceva Jen a leggerle dentro in quel modo? Era quasi sempre circondata
da estranei o comunque da persone che non conoscevano niente del suo passato.
L’unica era Jen. Era l’unica che avrebbe potuto aiutarla. Ed inconsciamente
era per questo che l’aveva chiamata, aveva bisogno di lei più di chiunque
altro in quel momento. Jen continuò a fissarla senza dire una parola.
Poi si decise.
Jen: E’ questo, vero? E’ lui che manca alla tua vita perfetta, ma il problema
non si pone Joey. Perché lui ti vuole--
Joey: No Jen, non più, ne sono certa stavolta.
Jen: Che dici?
Joey: Me ne sono andata, l’ho abbandonato dopo avergli detto che lo amavo,
gli ho confuso le idee e adesso mi odierà. Crederà che l’ho ingannato,
questa volta l’ho fatta davvero grossa, questa volta non la supereremo.
Jen: Devi solo sapere quello che vuoi Joey, una volta per tutte. Se vuoi
lui, devi andartelo a riprendere, non sei più una ragazzina, se vuoi qualcosa
devi rischiare, devi esporti, non devi preoccuparti di come potrebbe finire
male. Devi essere tu a cambiare le cose. Se lui non ti vorrà più vedere,
cosa che dubito fortemente, almeno ne avrai la conferma e ci metterai
davvero una pietra sopra. Ma ti consiglio di farlo il più in fretta possibile.
Joey: Ma come, se noi--?
Jen: Si trasferirebbe qui se tu glielo chiedessi, si trasferirebbe dovunque
per stare con te. (ma come faceva a dire sempre quello che Joey aveva
più bisogno di sentirsi dire?)
Joey si mise una mano sulla fronte sospirò e guardò l’amica.
20 luglio 2008 - UNA SETTIMANA DOPO.
Mattina presto. Capeside.
Pacey si stava preparando perché quel giorno aveva appuntamento con Alex
a New York, lei doveva mostrarle l’ambiente che aveva scelto per aprire
il Pub. Stava gettando l’ultimo borsone nella macchina. Insieme a lui
c’erano Doug, Jack e Bodie.
Pacey: Okay ragazzi, ripetetemi di nuovo che non sto facendo una sciocchezza.
Doug: Ne so qualcosa sul genere di sciocchezze, se così le vogliamo definire,
che solitamente fai Pacey e questa non ci si avvicina minimamente.
Jack: Quando sarai ricco sfondato, pensa che se non fosse stato per noi
staresti ancora qui a Capeside a lagnarti della tua vita.
Pacey: Quando mai ultimamente mi sono lagnato della mia vita?
Doug: Non a parole, ma--
Bodie: Ok, okay, tregua ragazzi. Pacey non preoccuparti del ristorante,
andrà alla grande, me ne occupo io.
Pacey: (parlando sottovoce) A proposito Bodie ricordi quello che ti ho
detto, vero? Mi raccomando.
Bodie: Si, ho capito. Sarò muto come un pesce.
Doug e Jack si guardarono incapaci di comprendere a cosa i due alludessero.
Doug: Beh? Che sono questi segreti? Bodie, hai degli accordi strani con
mio fratello, perché se è così lo voglio sapere, sono un familiare ne
ho tutti i diritti. E poi sono anche lo Sceriffo (vantandosi).
Bodie: (dandogli una botta sulla spalla) Tranquillo Doug, non è niente
d’importante.
Jack: Okay, non indaghiamo. Ora vattene via da qui Pacey, sciò.
Pacey: Per la cronaca, guardate che potrei pure tornare. Questo viaggio
non significa che non mi rivedrete più. Andrò laggiù, vedrò cosa ha in
mente quella pazza, e se non mi piace farò dietro front e tornerò qui
entro sera.
I tre si guardarono in faccia sorridendo.
Doug: Come ha detto Jack, vattene di qui, fratello. (cominciando a spingerlo
in macchina)
Pacey: (Doug continuava a spingerlo.) Entro sera, ricordatevelo.
Jack e Doug: Siii, ce lo ricorderemo.
Bodie: Fai buon viaggio Pacey e non preoccuparti di nulla.
Pacey: Okay, me ne vado.
Doug: Vai, vai.
Pacey entrò in macchina e azionò il motore. Direzione: la Grande Mela.
Doug: (in tono fiero) Buona fortuna. (Ma ormai lui non poteva più sentirlo.
Poi si girò verso Bodie) Okay, ora puoi dirmi di che stavate parlando.
Bodie: Scordatelo. Ho promesso. Vai a lavorare, Sceriffo.
Nello stesso momento. Dall’altra parte del mondo è sera e siamo a Londra.
In un Pub.
Presentatore: E questa sera al “Display”. AUDREY!!!!!!!!!!!! I ragazzi
applaudono e urlano eccitati. Audrey sale sul palco e inizia a scatenarsi
e a cantare al ritmo della musica. La scena sfuma e riprende a esibizione
finita Audrey scende dal palco e un tizio le va in contro con una bottiglia
d’acqua.
Jeff: Sei stata grande.
Audrey: (ancora con fiatone) Grazie. Ma comincio a preferire la chitarra
acustica.
Jeff: Davvero sei ancora convinta di questa cosa?
Audrey: Più che mai Jeff. Sono stanca di cantare punk rock per dei ragazzini,
voglio cantare roba più adulta, sto migliorando con la chitarra, ce la
potrei fare.
Jeff: D’accordo, ma abbiamo altre tre o quattro date, dopo di che farai
quella pausa tanto sognata e se vorrai cambiare stile, dovrai solo farmelo
sapere in tempo.
Audrey: Non vorrai mollarmi proprio quando ho più bisogno di un manager,
vero?
Jeff: Io non cambierò mai genere di musica, sei tu quella che ha la crisi
di mezza età.
Audrey: Hey! Quale crisi di mezza età? Ho 25 anni Jeff.
Jeff: Si beh, come ti pare. Pensaci bene Audrey, perché una voce come
la tua è sprecata con quelle canzonette da ragazzina.
Audrey: (ci fu una pausa in cui Audrey avrebbe voluto licenziarlo prima
che lo facesse lui, magari con un bel pugno sul naso, ma si disse che
fra un mese sarebbe finito tutto comunque, quindi rinunciò.) Buona notte
Jeff, io vado a casa, sono stanca.
Jeff: (scocciato) Si vai, ci vediamo.
Giorno. New York.
Pacey è appena arrivato nel luogo dove dell’appuntamento con Alex. Lei
lo aspettava già da un po’. Il suo aspetto non era cambiato, sempre molto
affascinante e sofisticata. Mentre le si avvicinava, Pacey, la vide dare
istruzioni agli operai su come sistemare l’ambiente. Alla fine lei si
girò e il suo sguardo raggiunse Pacey.
Alex: (agitata e senza nemmeno salutarlo gli andò in contro) Oh Pacey,
finalmente. Ce l’hai fatta. Vieni a vedere, ti devo dire un’infinità di
cose. (praticamente lo trascinò all’interno di quello che, al momento,
era solo una grande stanza vuota.) Che te ne pare?
Pacey: (lui perlustrò attentamente il posto) Beh, cosa dovrei dirti non
c’è niente.
Alex: Appunto! Hai qualche idea?
Pacey: (in imbarazzo) Lo chiedi a me? Non sono mica un’arredatrice.
Alex: Uomini. Allora, senti le mie d’idee. (cominciò a gesticolare per
esprimersi meglio) Sulla destra dell’entrata ci metteremo il bancone del
bar, con sgabelli lungo tutta la sua lunghezza. Mi segui?
Pacey: (parlava talmente in fretta che a tratti Pacey faticava a seguirla,
ma fece finta di niente) Si si, continua.
Alex: Poi, di fronte al bar ci sarà una grande sala con luci soffuse,
tavolini tondi con sgabelli e larghe poltrone colorate sparse qua e là.
E poi, reggiti forte, perché il colpo di scena sarà il palco che allestiremo
per la musica dal vivo. (si girò verso Pacey, puntandogli un dito) Questa
sarà una tua responsabilità. Scegliere le Band, intendo.
Pacey: Io--
Alex: Aspetta, non ho finito. Non ti ho detto del ristorante. Dunque io
pensavo di fare un entrata accanto al bar da dove poter accedere direttamente
a quella zona. (si girò verso Pacey e in tono eccitato) Allora che ne
pensi?
Pacey era parecchio confuso, l’aveva inondato d’informazioni e lui ancora
non riusciva a capacitarsi bene. L’idea gli piaceva, ma era anche perplesso.
Pacey: Beh…io credo, che si possa fare.
Alex: (s’illuminò) Fantastico! Ora, dopo aver parlato della parte materiale,
ti devo dire i dettagli di come m’immagino questo posto. Prima di tutto,
non voglio ragazzini. Serviremo alcolici, quindi o si hanno 21 anni o
niente. Poi voglio un paio di buttafuori alla porta.
Pacey: Alex, Alex, frena. Vuoi dire che hai in mente uno di quei posti
che selezionano i propri clienti all’entrata?
Alex: Certo. Non voglio che chiunque emule dei “Sex Pistols” entri qui
e si metta a fare a botte con il primo che capita.
Pacey: (gli scappò da ridere, non riuscì proprio a trattenersi) Primo,
ragazzi di quel tipo non entrerebbero mai qui di loro spontanea volontà,
neanche se fossi tu a pagarli. Secondo, (fece una pausa) dei buttafuori!?!?!
Alex: Queste sono le regole, non si discute.
Pacey: Hai detto che vuoi un locale per giovani, ma a me sembra che tu
stia facendo di tutto per tenerli lontani i giovani.
Alex: Perché devi essere così negativo? Quanti Pub per universitari esistono
al mondo?
Pacey: Okay Alex, se è così che vuoi, farò di tutto per adeguarmi al tuo
stile, ma sappi una cosa, (le si avvicinò così tanto al viso che due centimetri
in più e le loro labbra si sarebbero toccate) anch’io ho delle idee e
essendo tuo socio al 50% avrò tutto il diritto di esporle se vorrò.
Alex: (un po’ scossa) Mi sembra ragionevole.
Pacey: (si allontanò) Meno male. (fece un sospiro di sollievo) Hai già
in mente un nome?
Alex: Il nome! Oh mio Dio! Non ho pensato a un nome. Tu cosa proponi?
Socio.
Pacey: Mmmmm….che ne dici di “Loser”
Alex: Vuoi dare al nostro locale l’etichetta di perdente, prima ancora
di partire!?! Mi sembra poco incoraggiante. Pensa a qualcos’altro.
Pacey: Okay, stavo scherzando. Vediamo che ne pensi di “Pjers”.
Alex: E che vuol dire?
Pacey: Non lo so. Mi è venuto così, mi piaceva il suono.
Alex: Guarda che se scopro che è una parolaccia in una specie di linguaggio
slang dei quartieri malfamati che frequenti--
Pacey: No. Niente slang Alex, non lo so come mi è venuto. (grattandosi
il mento) Vediamo P, potrebbe stare per Pacey--
Alex: Si eh? E Jers, per cosa?
Pacey: (lui ci pensò un attimo, poi azzardò un ipotesi) Mmmm…Alex?
Alex: (mouvendo la testa a destra e a sinistra) Come no!? Comunque non
mi sembra male, è corto, conciso e originale. Potrebbe andare. E poi adesso
devo scappare, ho un appuntamento. Ci vediamo domani mattina.
Pacey: Domani mattina! Non posso tornare qui domani mattina.
Alex: Non tornare. Resta a New York. Trovati un albergo, un motel, qualcosa,
vedi tu, io vado. Ci vediamo. (e sparì dietro l’angolo)
Pacey: (fece un lungo sospiro.) Grandioso!
Pacey era in macchina, quando il suo cellulare iniziò a vibrare. Lo tirò
fuori dalla tasca e rispose.
Pacey: Pronto?
Ragazza: Ciao?
Pacey: (sorpreso) Jen!
Jen: Pacey! Dove sei? Ancora con Alex?
Pacey: (lui sembrava confuso. Jen sapeva già ogni cosa. Evidentemente
Jack le aveva spifferato tutto) No, ora sono in macchina, ma tu e Jack,
quante volte vi parlate al giorno?
Jen: Non lo sai che non si parla al telefonino quando si guida?
Pacey: Sei tu mi hai chiamato, se vuoi riattacco. E poi non cambiare discorso.
Jen: Io e Jack ci parliamo solo quando succedono cose importanti e il
tuo trasferimento a New York lo è di sicuro.
Pacey: Dove vuoi arrivare?
Jen: Dove stai andando ora?
Pacey: A cercarmi un albergo per la notte. Dato che tornare a Capeside
per poi ritornare domani mattina sarebbe poco pratico.
Jen: Vieni qui.
Pacey: Come?
Jen: Vieni da me, fino a che non trovi un appartamento tuo. Sono da sola,
con Amy, mi faresti un favore, senza contare che lei ti adora.
Pacey: Jen…insomma…dai non posso venire da te.
Jen sorrise, non gli interessavano le stupide scuse che avrebbe tirato
fuori Pacey, ormai aveva deciso, era troppo tardi per tornare indietro.
Jen: Se vieni al New York Art Gallery, andiamo insieme. Ti aspetto, a
dopo. (e riagganciò il telefono)
Pacey: (annuì) Agli ordini.
Sera. Casa di Jen.
Era un appartamento modernissimo all’attico di un enorme palazzo, in uno
dei quartieri più belli di New York. Avevano finito di cenare e adesso
erano entrambi sul terrazzo. Pacey appoggiato alla ringhiera a guardare
il panorama e Jen seduta su una poltroncina.
Jen: A che stai pensando?
Pacey: Non sto pensando a niente. Ma mi chiedo come ti senti a vivere
tutta sola nella città più grande del mondo.
Jen: Io non sono sola Pacey, vivo con Amy e mia madre e mia nonna non
sono tanto distanti da qui, non mi sento abbandonata a me stessa.
Lui si girò verso Jen rimanendo con i gomiti appoggiati al muretto del
terrazzo.
Jen: Andrà bene Pacey. Non hai motivo di essere spaventato.
Pacey: Che dici! Non sono spaventato. Beh, devo ammettere che all’inizio
l’idea di Alex mi sembrava campata in aria ma ora--
Jen: Non mi riferivo ad Alex o al locale.
Pacey: E allora a cosa?
Jen: Devo proprio dirtelo? A una certa ragazza che non vive molto lontano
da qui, ecco in effetti se guardi sulla destra--
Pacey: Jen!
Jen: Io credo che lei abbia bisogno di te.
Pacey: Ma davvero? (gli scappò da ridere) Tu credi che lei abbia bisogno
di me.
Jen: E’ così. Non lo vuole ammettere, ma gli manchi.
Pacey: Per un momento l’ho creduto anch’io, sai? Avevo creduto che fosse
arrivato il nostro momento, ma mi sbagliavo. Di nuovo.
Jen: Io credo che dovresti parlarle. Insomma… io non riesco a credere
che la stai lasciando andare, perché sei troppo testardo per andare a
prenderla…
Pacey: No! (la interruppe lui con rabbia) Non sono testardo (si lasciò
scappare una risatina frustrata) Credi che non vorrei andarla a prendere?
Credi che non vorrei portarla a casa mia, chiudermi in camera con lei,
magari strapparle i vestiti di dosso e non uscire per un mese intero.
Farei di tutto per non vederla più piangere o soffrire? Non capisci quello
che sto cercando di dirti? Non funzionerà. Non sono i Marines, Lindley.
Sono stanco di essere io a salvarla, per quanto ne abbia davvero bisogno.
E’ grande, (abbassò di molto il tono, tanto che Jen stessa fece fatica
a sentirlo), insomma per una volta vorrei che fosse lei a venire da me.
Jen: E per te va bene? Puoi vivere senza di lei?
Pacey: No che non mi va bene. Ma posso vivere senza di lei. Sto facendo
la cosa giusta e se saprò che avrò fatto la cosa giusta, allora… potrò
dormire sonni tranquilli la notte. Se facessi la cosa sbagliata. Se andassi
a prenderla e la portassi a casa mia, mi infilassi sotto le coperte con
lei, allora... rimarrei steso là in attesa della prossima volta in cui
succederà qualcosa che la farà finire in una delle sue crisi emotive e
io mi ritroverò di nuovo al punto di partenza. (Jen abbassò la testa)
Mi dispiace Jen, lo so che vuoi solo aiutarmi, sembra che tutti stiano
facendo il possibile per aiutarmi in questi giorni, ma io ho delle reazioni,
che sono le mie. Vorrei essere io a decidere.
Jen si rese conto di quanto si sentisse ferito. Ma Pacey aveva detto delle
cose giuste.
Jen: (annuì) Hai ragione Pacey.
Questa volta non sarebbe riuscita a fargli cambiare idea, quindi decise
di arrendersi. Jen si alzò dalla sedia.
Jen: Va bene, allora io vado da Amy, devo cambiarla e poi metterla a letto.
Ti avrei chiesto di uscire, ma come vedi mi è impossibile lasciare la
casa.
Pacey: Non fa niente Jen, non sarei stato comunque di grande compagnia
stasera. Anzi se vuoi una mano con Amy…
Jen: Se mi dovesse servire non esiterò a chiamarti.
Pacey: Ok (lui si avvicinò per abbracciarla e darle un bacio sulla fronte)
Grazie per quello che stai facendo.
Jen: (sorridendo) Oh non gioire troppo presto, te lo metto in conto Witter.
Pacey: (Lui sorrise) Buona notte.
Jen: Notte.
1° settembre 2008 – Poco più di un mese dopo.
Pacey aveva trovato un appartamento tutto per suo, vicino al “Pjers”,
che ormai era aperto da un paio di settimane. Gli affari, nonostante le
difficoltà iniziali, stavano andando bene. Anche tra Dawson e Rebecca
continuava bene. Tutti quanti sembravano sereni, anche l’umore di Joey
stava migliorando ultimamente.
Sera. New York. Casa di Joey e Christopher.
Christoper: Preparati dolcezza perché stasera di porterò in un posto fortissimo!
Joey: Ti prego, Christopher, non chiamarmi così. Lo odio.
Chritopher: Ti chiamo come vuoi, basta che ora ti sbrighi a cambiarti,
che facciamo tardi.
Joey: Ok. (Joey si avviò in camera da letto)
Christopher: (parlandole dall’altra stanza) Vengono anche Kevin e Gill.
Joey: Noo, ma perché Chris? Lo sai che li detesto, e poi anch’io credo
di non piacergli…
diava proprio quei due, la classica coppia ricca e snob, non capiva come
potessero essere amici di Christopher. Insomma… lui non era così, o sì?
Joey uscì dalla stanza, indossava un vestito nero, lungo fin sopra al
ginocchio, senza maniche e scollato a punta. Christopher la guardò e restò
a bocca aperta.
Christopher: …tu piaceresti a tutti (le andò in contro e la baciò)
Joey: Grazie (fece un sorriso forzato), dov’è questo posto?
Christopher: Lo vedrai, sarà una sorpresa. Pronta?
Joey: Andiamo.
Uscirono di casa e chiusero la porta elle loro spalle. |